1.I guasti di decenni all’insegna della governabilità
Nell’avvilente dibattito che ha accompagnato l’approvazione della legge sulla riduzione del numero di parlamentari si è sentito quasi solo il refrain sul taglio dei costi e delle “poltrone”. Un dibattito avvilente destinato a riprodursi, enfatizzato, se ci sarà il referendum confermativo della legge, richiesto da 64 senatori e senatrici. E non è difficile immaginare come questa stessa richiesta, sarà destinata a pesare nella campagna elettorale, e nel voto, per confermare che il No al taglio è una difesa, consapevole o meno, della “casta”. O degli interessi, trasversali agli schieramenti politici, sulla durata del governo e della legislatura, e sulla legge elettorale più conveniente a questa o quella forza politica. È solo l’ultimo atto della riduzione della democrazia a governabilità che, nell’arco di decenni, ha motivato le proposte di riforme istituzionali e l’adozione di leggi elettorali che, di volta in volta, dovevano assicurare stabilità e durata al governo del “vincitore” di turno. Come è noto le terapie proposte, lungi dal riformare, hanno contribuito al deperimento della rappresentanza, generando distanza e risentimento di cittadini/e, alimentando la demagogia populista ed antipolitica. Persiste e si aggrava “l’impoverimento strategico”, diagnosticato da Pietro Ingrao nel 1988, da parte di una classe politica col respiro corto, con lo sguardo miope rivolto all’ultimo sondaggio. Resiste tuttavia in larga parte della società il legame con i principi della Costituzione. È una risorsa preziosa da accogliere e valorizzare per restituire vitalità ed efficacia alla democrazia rappresentativa e partecipata.

2.Riscoprire il senso della Costituzione
Si può, si deve, ribaltare il discorso sulle riforme. Non è ancora troppo tardi per comprendere che non basta arroccarsi in difesa della Costituzione. Serve invece riproporne lo spirito e gli intenti, per ricostituzionalizzare la Repubblica, in tutte le sue forme e sedi. È un compito che non si esaurisce con leggi di revisione, ma deve investire tutte le attività politiche: legislative, amministrative, di organizzazione sociale, ricostruendo la fiducia nelle istituzioni. Facendo riscoprire il senso dell’”avere una Costituzione scritta” che serve alla qualità della vita e della convivenza.

3.Dal taglio dei costi alla centralità del Parlamento
Nel dibattito su mono o bicameralismo, riproposto anche dal CRS negli anni Ottanta, la riduzione del numero dei parlamentari era considerata non un fine in sé, ma uno strumento, tra gli altri, per restituire senso ed efficacia alla rappresentanza e centralità al Parlamento. Ed è in questa prospettiva che va considerato ancora oggi. Ciò che conta è che le Camere, anche ridimensionate nel numero, tornino ad essere la sede della rappresentanza politica. Recuperando il senso più profondo della funzione: rendere il demos presente, dando voce a tutte le sue parti per ricomporle nell’unità e coesione nazionale, attraverso il confronto e la mediazione. Restituendo alla politica la capacità di progetto della società, e non di mera amministrazione dell’esistente, vanamente enunciata come “buon governo”. La sovranità del popolo, oggi tanto evocata, non può, non deve, ridursi all’investitura e al potere salvifico di un leader. Né basta la conquista di un voto in più per ottenere una piena e forte legittimazione democratica.

4.Perché serve una legge elettorale proporzionale
La legge elettorale proporzionale è la prima, essenziale, condizione su cui poggia il rapporto tra partecipazione e rappresentanza. Poiché il numero ridotto dei seggi comporta un sensibile allargamento dei collegi, o delle circoscrizioni, introdurre una soglia di sbarramento o altri correttivi maggioritari, comporterebbe di lasciare senza rappresentanza un numero molto ampio di elettori ed elettrici. Un altro intervento strategico è la modifica dei regolamenti parlamentari per reintegrare le funzioni essenziali sia di discussione e decisione sulle leggi che di indirizzo e controllo sul governo. Il CRS già nel 2016 ha analizzato le distorsioni, tutt’oggi permanenti, che portano ad una disordinata superfetazione normativa (clicca qui per la registrazione di quel convegno), e a un circuito perverso nella formazione della legislazione statale: leggi delega scritte in modo incomprensibile; commissioni parlamentari che si limitano a piccoli ritocchi agli impianti predeterminati dal Governo; decreti legislativi che, quasi sempre, contengono ulteriori deleghe; nell’insieme una produzione di leggi senza qualità, di difficile applicazione, soprattutto senza un chiaro disegno politico e sistematico.

5.Contro la secessione dei ricchi
Una scelta sbagliata e miope è l’eliminazione della base regionale per l’elezione del Senato, contestuale al processo in corso del regionalismo differenziato. Processo che avrebbe effetti devastanti in ambiti cruciali delle politiche pubbliche: dalla sanità, all’istruzione, alla redistribuzione delle risorse fiscali, alla tutela del patrimonio artistico e paesaggistico, alla rete delle infrastrutture. Le scelte rilevanti per i rapporti tra centro e periferia non possono essere più affidate alla concertazione tra Stato e Regioni. Le intese con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, improntate ad un marcato egoismo territoriale, hanno avviato un pericoloso percorso disgregativo che approfondirebbe le disuguaglianze, già drammaticamente esistenti tra Nord e Sud nel nostro paese. Si può, si deve, valorizzare un progetto di regionalismo e di autonomie, coerente con l’impianto unitario della Repubblica e con i principi costituzionalmente garantiti di uguaglianza e solidarietà. Prestando adeguata cura al funzionamento di una macchina che è sempre più inefficiente ed in affanno. Le gravi disfunzionalità che hanno riguardato molte regioni, sia a Nord che a Sud, non possono essere un alibi per abbandonare larga parte dei cittadini e delle cittadine al loro destino.

6.Per una democrazia politica
Prima di un sistema istituzionale la democrazia è una costruzione politica. È qui che si avverte il deficit più forte. La pretesa di colmarlo ricorrendo all’“ingegneria istituzionale” ha lasciato senza risposta la domanda cruciale: dove e come si è spezzata la relazione tra rappresentanti e rappresentati? Ha agito in profondità una mutazione radicale dei partiti: dalla rappresentanza basata sulla presenza nella società alla conquista del voto mediatico per il governo. Per dare soluzioni alle criticità in atto, è centrale ricreare un circuito virtuoso tra i soggetti e le sedi della rappresentanza ed i soggetti e le sedi della partecipazione alle scelte politiche (e sono sedi di questa partecipazione anche i luoghi in cui si produce cultura sociale, scientifica e tecnica). Individuare le forme, gli strumenti e le pratiche per farlo comporta, innanzitutto, una ricognizione delle molteplici esperienze presenti nel paese, delle elaborazioni e delle proposte che hanno prodotto. È una tematica al confine con quella, qui affrontata, delle riforme istituzionali. Ma è questione di primaria rilevanza costituzionale, se si vuole trovare soluzioni davvero efficaci al declino della democrazia.

Un commento a “La democrazia che vogliamo”

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