Interventi

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Il Lavoro oggi. Desiderato e dimenticato. Desiderato: gli ultimi dati Istat confermano che il lavoro è in cima ai pensieri della maggioranza degli Italiani, e non è difficile rintracciare in rete analoghe statistiche sul resto della popolazione occidentale. Dimenticato: è evidente che le preoccupazioni di chi decide sono riservate, oggi, ai soli datori di lavoro. Il secolo scorso aveva visto crescere ed imporsi una politica attenta alle istanze dei lavoratori, ma dal quinquennio ‘75/‘80 queste sono, per lo più, ignorate.

Il lavoro: dannazione e liberazione. Dannazione: non c’è bisogno di riandare alla lettura di Furore, dei Misteri di Parigi o dei Miserabili, basta andare oggi a Rosarno o seguire la giornata di un lavoratore appeso all’app di Glovo o di Deliveroo per constatarlo. Liberazione: Basterà ricordare che tutte le conquiste sociali, a partire dal welfare, sono conseguenti alle lotte dei lavoratori. Per me tuttora la liberazione dell’uomo è del lavoro e nel lavoro. Certo è che siamo sempre più distanti anche dall’obiettivo, per chi lo persegue, della liberazione dal lavoro. Tramite il balzo delle tecnologie digitali i datori di lavoro sono sulla strada di liberarsi dal rapporto di lavoro. Con un ferreo controllo di ritmi e carichi di lavoro possono lasciare ad altri l’illusione di potersi gestire l’orario di lavoro. Ciò non desta perlopiù preoccupazione: grazie ad una rivoluzione ideologica, il lavoro è diventato solo una merce da vendere e comprare se e quando serve. Si garantisce la sacralità naturale della proprietà privata e non l’autonomia dei soggetti. Sarebbe contento Robert Nozick che sulla via della sacralità della libertà individuale era arrivato a prevedere la vendita di sé stessi, senza chiamarla schiavitù. I lavoratori sono trasformati in possessori di un capitale personale da investire e far fruttare facendosi «imprenditori di sé stessi» in un regime di universale concorrenza.

Eppure basterebbe rovesciare l’equazione! Ripristinare la fisicità del lavoratore, e volendo delle merci. Persino i dati alla fine devono essere immagazzinati in giganteschi silos in Alaska. Allora si riscopre, con Keynes, la riduzione dell’orario di lavoro come riduzione del tempo necessario al soddisfacimento delle esigenze di una vita dignitosa. Per questa via si torna, non a caso, alle sacrosante rivendicazioni dell’aumento della paga oraria come strumento per contare davvero il proprio tempo di lavoro. La lotta dei lavoratori americani per la paga oraria di 15 dollari o le rivendicazioni sempre orarie dei Riders. Si dovrebbe constatare che, ormai, una parte crescente dei lavoratori autonomi sono sottoposti allo stesso rigoroso controllo. Riscoprire cioè sotto il manto della frammentazione la realtà di una profonda omogeneità del lavoro moderno! Già oggi a Londra i lavori smart superano il 50% dei lavori totali! Trasformando in rivendicazioni e lotte le statistiche che ci ricordano che due terzi dei giovani del mondo cosiddetto progredito pensano di avere prospettive socio-economiche peggiori di quelle dei loro padri. Ed è quest’ultimo il nocciolo duro dei successi di Sanders e del Corbyn anti-May.

Il problema è, come ci insegnano tutte le conquiste del secolo scorso, che per farlo occorre una soggettività politica abbastanza potente da scardinare l’universo ideologico del neoliberalismo, le sue regole e i suoi dispositivi. Invece quello che ci resta dal secolo scorso sono solo strutture sindacali alle prese con un tracollo storico della rappresentanza, certificato dalla continua emorragia degli iscritti. Quelle politiche, a partire dai partiti di sinistra, se ne sono dimenticate inseguendo i ceti medi. Le nuove pratiche di lotta, soprattutto nei servizi, hanno modificato i rapporti di forza interni alle varie federazioni di categoria, ma almeno per ora, non hanno intaccato la riduzione della rappresentanza sindacale. Soprattutto perché anche in quelle si è riproposto il ritardo e lo scollamento con i lavoratori dei nuovi lavori. Con una evidente difficoltà ad abbandonare la cittadella assediata, come profetizzava inascoltato Trentin. Non tanto, o non solo, per la penetrazione tra i dirigenti della ideologia neoliberista, ma per la capacita di quest’ultima di chiudere i loro rappresentati nella gabbia del razzismo con l’uso distorto, accorto e spregiudicato dei totem dell’altro e dell’identità, a partire da quella sessuale. Si entra qui in un altro capitolo. Io accennerò solo alla evidenza che la soggettività politica richiesta, secondo me, per la riaffermazione delle istanze dei lavoratori, non può nascere senza una compenetrazione con i due grandi movimenti che hanno animato la fine del secolo scorso e l’inizio di questo: il movimento femminista e quello ambientalista. Sottolineando che le difficoltà risiedono anche nel non incontro di questi due movimenti tra loro, e non solo con il movimento dei lavoratori.

E il Virus? Per un momento è sembrato capace di allentare la morsa ideologica, ma adesso, anche se è presto per dirlo, tutto sembra rientrare nell’ideologia del ritorno alla normalità.

Certo, come dicono quelli di Jacobin, i fatti hanno la capoccia dura ed il tempo lavora per noi. Ma emerge nell’Antropocene un nuovo problema: questo tempo, che io sicuramente non ho, c’è l’hanno i giovani in un sistema di potere, sempre con più evidenza, maschile e geriatrico?

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